Una lettera d’amore scritta a mano, struggente, lancinante. Quella di una sconosciuta. Libro di Stefan Zweig, Piccola Biblioteca Adelphi, 2009

Il giorno del suo quarantunesimo compleanno, un romanziere viennese riceve una missiva di venti pagine, priva di mittente; apre la busta spinto dalla curiosità di sapere a chi possa appartenere quella grafia femminile “affannosa e sconosciuta”.

Sul primo foglio, in alto e a mo’ di apostrofe, la scritta:

“A te, che mai mi hai conosciuta”.

Antonella Rosa

È l’incipit di una dichiarazione d’amore lancinante e struggente, un grido di dolore e di passione a senso unico, che trova il coraggio di palesarsi solo quando l’attaccamento alla vita trova il suo epilogo mortale: “[…] ieri il mio bambino è morto – e adesso mi sei rimasto solo tu al mondo, solo tu che di me nulla sai […] e che io ho sempre amato”.

Una missiva che narra di una vita intera trascorsa nell’ombra. Con tutta l’abnegazione di una schiava, lei gli ha donato se stessa, in completo anonimato. La richiesta di un unico desiderio: che, almeno una volta, lui la riconosca. Ma nemmeno ora, posata la lettera con mano tremante, lui riesce a distinguere tra i ricordi quel volto. E quando il suo sguardo cade sul vaso azzurro, vuoto per la prima volta dopo tanti anni il giorno del suo compleanno, ciò che prende corpo è “un pensiero incorporeo e appassionato come per una musica lontana.”

Parabola da crepacuore, oscura e scriteriata, come solo un’ossessione d’amore sa essere.

Un dramma magistralmente adattato cinematograficamente da Max Ophüls, nel 1948, con Joan Fontaine e Louis Jourdan, divenuto poi un film cult del genere sentimentale.

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