SENTIMENTI ANALFABETI O ANALFABETI DEI SENTIMENTI

Sentimenti analfabeti o analfabeti nei sentimenti.

Come si fa a capire se si tratta dell’uno o dell’altro? Solo attraversandoli.

La tecnologia sembra aver preso il sopravvento su ogni essere vivente un po’ come succede ad una calamita che esercita una fortissima attrazione.

Siamo in bilico tra il ricordo di quel che eravamo e il momento in cui siamo, catapultati in una realtà passiva, ma interattiva.

Chissà come saremmo oggi se la globalizzazione telematica non avesse preso il merito e la colpa di esistere? Abbiamo bisogno di questo motore di ricerca per sopravvivere, ma non per vivere.

Iris Belluoccio

Ecco! È il modo ad essere sbagliato, siamo sempre alla ricerca di qualcosa, di qualcuno di cui, indubbiamente, pensiamo possa bastare un click per averlo a portata di mano.

Ma no, non basta semplicemente un click, perché è e deve rimanere ancora incantevole rendersi conto di non essere un robot, una macchina “perfetta” senza emozioni, sensazioni, senza un cuore rosso che batte all’impazzata all’idea  di un attacco di panico che ha la verve di felicità.

Molto spesso pecchiamo immancabilmente proprio di questo, di questa felicità che sembra quasi irraggiungibile, ma non è esattamente così, siamo così persi dentro questo analfabetismo interattivo che ignoriamo completamente chi ci gira intorno, chi ci chiede come stai, chi con un po’ di vergogna e timore ci sorride con amore.

Sembra che nessuno chieda più di andare a vedere un tramonto al mare assaporando un calice di rosso e rimanendo in silenzio a sentirne il suono, il calore, l’immensità, perché il tramonto, il mare o un calice di rosso lo troviamo a casa nostra dove, stanchi, siamo comodamente sdraiati sul nostro comodissimo divano, ma non è la stessa cosa, come potrebbe mai esserlo? Come siamo arrivati a diventare così ciechi dinanzi ovvie bellezze che ci circondano da quando apriamo gli occhi al mattino?

Abbiamo tutti creduto, anzi sperato, guardandone il lato positivo, quasi machiavellico che l’arrivo di una pandemia e poi addirittura di una guerra, ci avrebbe fatto diventare persone migliori, magari ci avrebbe fatto riavvicinare a quei valori quasi rinnegati e messi da parte.

Invece no, non è stato per niente così, ci siamo migliorati giusto il tempo di finire di pronunciare questa parola per poi diventare peggio di come eravamo e nel modo peggiore che potesse avvenire.

Tornare indietro è un’eresia, ma ci è concesso ancora andare avanti, senza fretta, perché la fretta non sempre attinge a dare buoni consigli, valutando davvero quello che siamo.

D’altronde è sempre una questione di scelte, essere o essere umani?

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