Quel giorno di marzo, quando tutto cambiò…

Alcuni lavori di manutenzione del portale mi hanno impedito di omaggiare il ricordo di uno degli episodi più importanti della vita della repubblica italiana.

Nicola Di Iorio

Voglio comunque lasciare la testimonianza di una data che non può essere relegata all’oblio, impolverata dal tempo che crudelmente tenta di celare ed occultare, soprattutto alle nuove generazioni, gli accadimenti più importanti dell’incerta democrazia italiana della fine degli anni settanta.

In effetti, quella del 16 marzo non è mai stata una data qualsiasi.

Come ha tenuto a precisare lo stesso presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, “…il 16 marzo 1978 è una data indelebile nella coscienza del popolo italiano”.

Con il rapimento di Aldo Moro e l’uccisione della sua scorta per mano del terrorismo di matrice brigatista si apre uno dei periodi più bui della vita democratica in Italia, ancora più buio di quello inaugurato con la strage di piazza Fontana ,conseguenza di un grave attentato terroristico compiuto il 12 dicembre 1969 nel centro di Milano presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura e che causò purtroppo ben 17 morti e 88 feriti.

In una Italia caratterizzata dalla cosiddetta “strategia della tensione”, dopo l’uccisione dello statista democristiano, il sistema democratico italiano vacilla ma non crolla ma anzi si rinsalda intorno alla lotta contro il terrorismo, di sinistra e di destra.

Il periodo buio della politica democratica italiana culminerà con la fine della prima repubblica decretata per mano dei Tribunali, non sempre adamantini, del periodo di tangentopoli agli inizi degli anni novanta.

Quel giorno da giovanissimo liceale, lo ricordo benissimo.

Il 16 marzo del 1978 veniva rapito il presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, e trucidata in un agguato, compiuto con abile tecnica militare, a Roma in via Fani, la sua scorta di cui bisogna sempre onorare il ricordo Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino.

una scena dell’agguato di via Fani

Aldo Moro è stato uno dei politici più illuminati del dopoguerra democristiani, al pari di De Gasperi, Andreotti, Fanfani e De Mita che aveva maturato, in anticipo sui tempi, il pensiero politico di un incontro definitivo tra le grandi ideologie cattoliche e collettiviste. Il panorama politico dell’epoca vedeva sul terreno un altro gigante come Enrico Berlinguer, leader dei partito comunista italiano, il più importante dell’occidente.

Quel giorno, a torto o a ragione, nacque la mia passione, mai cessata, per la politica. Ma quel giorno nacque anche la consapevolezza come la complessa politica morotea fosse indirizzata ad avvicinare e non ad allontanare le posizioni politiche.

Oggi è scontato pensarla diversamente, ma nel 1978, in piena Guerra Fredda, una politica che facesse incontrare i vecchi nemici ideologici, era un motivo ritenuto cinicamente valido per andare incontro ad un triste destino personale.

Il mondo sopravvissuto alle nefandezze della seconda guerra mondiale venne affettato in zone di influenza a Yalta, da una parte i paesi atlantici intruppati nel patto atlantico della Nato a trazione statunitense e dall’altra parte, “oltre la cortina di ferro”, vi erano i paesi dell’est europeo intruppati nel Patto di Varsavia guidato dalle politiche egemoniche del partito comunista dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS).

In quel mondo non era possibile per un paese passare da una parte all’altra delle singole alleanze.

L’Italia aveva una condizione davvero particolare anche dal punto di vista geografico posizionato al confine con i paesi dell’est e con un forte partito comunista connotato, a differenza dei partiti comunisti dell’est, dall’ambizione di giungere al potere per via democratica.

Al vecchio Politburò Sovietico l’affermazione di un partito comunista per via democratica veniva vista come il fumo negli occhi in quanto avrebbe fatto aprire gli occhi ai cittadini dei Paesi assoggettati all’Urss.

Di contro, subito dopo la guerra gli Usa hanno profuso una serie infiniti di sforzi, anche economici con il Piano Marshall, per evitare una deriva dell’Italia a sinistra.

Gli archivi dei servizi segreti che si aprono in varie parti del mondo e le carte delle istruttorie giudiziarie ci aprono uno squarcio sinistro su quel periodo. la Democrazia Cristiana, con la garanzia di giulio Andreotti, non poteva e non doveva consentire l’avvento al Governo dei comunisti italiani.

La “strategia della tensione” che ha lasciato una immensa scia di sangue dietro di sè avrebbe dovuto, probabilmente essere funzionale al mantenimento dello status quo attraverso l’utilizzo di strumenti come la P2 o Gladio.

“Il compromesso storico”, cioè la via italiana per far incontrare le diverse ideologie che dividevano il Paese, è stata l’elaborazione politica più importante di Moro che, senza voler semplificare troppo, ha determinato la condanna a morte dello stesso statista democristiano.

Tuttavia è da riconoscere come il pensiero di Moro, sopravvissuto all’uomo, sia ancora vivo e tutto sommato abbia vinto anche sui carnefici materiali e sui mandanti di essi, in Italia e all’estero.

Aldo Moro

Tuttavia, la democrazia italiana, come ha sostenuto di recente il capo dello Stato, “venne privata, in quell’agguato, di uno dei leader più autorevoli e capaci di visione. Il corso della storia repubblicana ne fu segnato. In quei terribili giorni si fece strada un forte sentimento di unità, diffuso nel Paese e che fu decisivo per isolare le bande del terrore, per respingere i loro folli progetti e le insinuazioni della loro propaganda. Una unità che si tradusse in più avvertita responsabilità verso il valore delle istituzioni democratiche, garanzia delle libertà scolpite”.

Cosa sarebbe stato il percorso democratico con Moro vivo è difficile dirlo e la storia non può essere di certo scritta con i se e con i ma. Sicuramente la precisione geometrica dei pensieri morotei, ripresi anni dopo, in parte, da Ciriaco De Mita, sarebbero sicuramente stati utili per arginare le derive plebiscitarie, divisive, anticostituzione e populiste che dalle doline della società sono salite, in vari periodi, ad inquinare il debole panorama politico attuale.

Provo a sperare in una riviviscenza dello spirito di Moro per salvare, ancora una volta, una Italia ed una Europa che dimostrano sempre di più di essere in crisi di pensiero.

L’articolo Quel giorno di marzo, quando tutto cambiò… proviene da ImpresInforma.