IL PRIMO MAGGIO DI UN LAVORO IN PERICOLO, TRA PAURE E SPERANZE

Mentre si allentano le misure sanitarie di contrasto alla pandemia da Covid-19 e il mondo è precipitato, dalla fine di febbraio, in una guerra che ha colpito il cuore dell’Europa, con la Russia nei panni dell’aggressore e l’Ucraina in quelli dell’aggredito, il mondo celebra una delle feste più importanti e unificanti, quella che vuole celebrare il lavoro.

Tuttavia, a marzo di quest’anno, l’Inail ricorda che, in Italia, il numero degli infortuni sul lavoro denunciati ha fatto segnare addirittura un + 46,6% nella gestione Industria e servizi (dai 109.662 casi del 2021 ai 160.813 del 2022), un -0,4% in Agricoltura (da 5.891 a 5.866). Questi dati impediscono di festeggiare a pieno questa giornata. A questo desolante quadro non si può non coniugare una mancanza di visione strategica del lavoro che metta al centro l’uomo e il rispetto della sua dignità di lavoratore.

Quindi, nessuno celebri il primo maggio, soprattutto in questo difficile periodo, sia in Italia che nel mondo, se ha dimenticato il significato della dignità del lavoro.

Nicola Di Iorio

E’ vero l’alba dell’umanità è stata travagliata. Anche il Creatore ha dovuto affrontare un duro lavoro per generare, creare e modellare a sua immagine il mondo che ci tocca vivere. Insomma lavorare è un gesto sacro perchè replica lo sforzo divino. Senza quel “primo lavoro” non ci sarebbe stata l’Umanità.

Le statistiche italiane segnalano un tasso di disoccupazione che a febbraio di quest’anno, cioè prima dello scoppio della guerra in Ucraina e dell’applicazione delle sanzioni alla Russia, era sceso all’8,5% nel complesso (-0,1 punti) e al 24,2% tra i giovani (-0,6 punti).

Il tema del lavoro è un argomento che è sempre attuale, anche e soprattutto alla luce delle crescenti difficoltà che le imprese italiane fanno a reggere i mercati per l’incredibile esplosione dei costi energetici, avvenuta già prima della folle avventura russa in Ucraina e che, data la sua assoluta importanza, ritorna nel pensiero filosofico della storia dell’uomo ed è protagonista indiscusso anche della Dottrina sociale della Chiesa, che si è andata formando proprio intorno alla “questione sociale” provocata dall’industrializzazione e dal duello tra capitalismo e collettivismo comunista, a partire dal XIX secolo.

Ma tale tema è ritornato, prepotentemente, anche nella Carta Costituzionale italiana repubblicana del secondo dopoguerra, tanto che già nel suo primo articolo si parla del lavoro come fondamento della Repubblica italiana. Il termine di lavoro ricorre nella Costituzione ben 19 volte. All’art. 4 il lavoro viene addirittura configurato come un diritto del cittadino e come suo dovere precisando che la Repubblica “promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.

Insomma il lavoro è la vita stessa di un cittadino il quale, se ne fosse privo, perderebbe inevitabilmente la propria dignità sociale e probabilmente anche il proprio status di essere umano. Su questo crinale sono nate e morte ideologie, sono state combattute battaglie di civiltà per la conquista di diritti per coloro che donano alla società il proprio lavoro, senza distinzioni tra chi fa impresa e chi vi lavora, prestando il proprio ingegno o la propria manualità.

In tempi in cui i baluardi ideologici ottocenteschi hanno lasciato il passo ad una società sempre più globalizzata e tecnologizzata, le conquiste sociali, sfociate in moderne ed efficaci legislazioni, come lo “statuto dei lavoratori”, fondate molte volte su lotte che hanno lasciato sul terreno morti e feriti, anche non metaforico, il concetto di lavoro sta velocemente cambiando.

La tradizione di Roma antica ci restituisce concetti che fanno riferimento all’otium, tipico di una società organizzata per far lavorare la mente anche in momenti di piacere, e al labor che, invece, esalta il sudore ed sacrificio della manualità.

La lotta di classe, di marxiana memoria, è archiviata nei libri di storia, nonostante maldestri tentativi cinesi e russi di far rivivere una ideologia che tanto male ha fatto nella storia del mondo, ma di certo non può essere archiviato il diritto alla dignità del lavoro.

Negli anni sono stati perpretati innumerevoli tentativi per ridurre alla marginalità tale diritto e molti di questi tentativi sono andati, purtroppo, a segno. Le conseguenze di ciò le viviamo tutti, ogni giorno. Il perimetro entro il quale si muove la piccola imprenditoria italiana, rispetto alla grande industria che poggia se stessa sul grande e famelico ceto finanziario, è davvero ristretto ed angusto. Qualora l’azione del sistema imprenditoriale italiano si collocasse, come ritengo e spero, sul crinale del confronto dialettico e solidale con il mondo del lavoro, le strade per dare nuovo valore al lavoro si aprirebbero a nuovi orizzonti prefigurando risultati positivi ed importanti per tutti.

Se, invece, si dovesse registrare il contrario, sulla spinta di un egoistico profitto solitario, non avrebbe alcun senso celebrare e festeggiare il primo maggio che, al contrario, appartiene a coloro che dialogano, che creano ponti, che non alzano muri o steccati. Su questa terra, creata con lo sforzo ed il lavoro del Padre Eterno, ci viviamo tutti e tutti siamo destinati a condividerne il fine che non è la soddisfazione della propria ingordigia ma quello della condivisione, responsabile e meritocratica.

E’ urgente avviare un dibattito sul consolidamento e rilancio del sistema imprenditoriale italiano scevro da steccati ideologici e da recinti di partito come FMPI ha tentato di fare in questo anno culminando nel convegno del 27 aprile presso il Senato aprendo un confronto con le forze parlamentari ed il Governo. Questo non è il tempo delle divisioni ma è il tempo della coralità.

E’ necessario avviare un confronto di merito all’interno della società italiana che stenta, a volte, ad orientarsi.

L’Italia aveva conseguito un risultato importante con la crescita del PIL a fine anno 2021 tanto da consentire un significativo abbassamento del debito pubblico riportando al 150%. Naturalmente si tratta sempre di una percentuale da far gelare le vene ai polsi ma con il concorso delle cospicue risorse assegnate all’Italia dall’UE nell’ambito dei fondi del PNRR si poteva ragionevolmente sperare di riaccendere circuiti positivi nell’economia italiana.

La crisi riveniente dall’aumento delle risorse energetiche in coincidenza della pandemia e della guerra in Ucraina, con le sue inevitabili e non ancora prevedibili conseguenze, vorrei ricordare che va a sommarsi alla crisi, non ancora chiusa, radicatasi in Italia e nel resto del mondo riveniente dagli anni 2008/09 a seguito della grande crisi dei mutui sub-prime negli USA.

Ma, mentre nel 2008 si trattava di una crisi finanziaria che poi si era trasferita nell’economia reale, oggi la situazione è diversa, e’ l’economia reale, quella della domanda e dell’offerta, che viene colpita duramente.

L’Italia negli anni passati si è retta su alcuni assiomi come quello della esistenza di un grande risparmio privato, una grande capacità di esportare il made in Italy, una grande industria manifatturiera, una discreta solidità del sistema bancario, una buona attrattività turistica e un sistema imprenditoriale basato sul modello delle piccole e medie imprese. Purtroppo, il Covid-19 e la guerra hanno messo in discussione proprio queste certezze.

Le PMI impiegano in Italia l’82% dei lavoratori e rappresentano il 90% delle imprese attive.

La strada maestra individuata dai Governi europei, compreso ovviamente quello italiano, è stata quella di finanziare le politiche contro la crisi indotta dal coronavirus facendo ricorso alle Banche centrali attraverso un aumento dei deficit statali e, per la prima volta nella storia, adottando strumenti di finanziamento comuni a tutti i paesi europei con la speranza che il loro corretto ed efficace utilizzo potessero determinare una crescita delle economie nazionali.

Ora la situazione, se possibile, è peggiorata a causa del ricatto energetico russo su gas e petrolio. Durante questi anni, la Russia ha costruito, lentamente e con grande astuzia, una politica tale da rendere dipendente da essa le economie europee più importanti, come quella tedesca e quella italiana, che si sono fatte trovare impreparate, soprattutto quella tedesca, mentre quella italiana, pur avendo fatto scelte scellerate sul nucleare, aveva avviato un processo di uscita dai fossili e dal carbone. Forse ora, nonostante l’incredibile attivismo del Governo Draghi per sostituire il gas russo con quello di altri paesi sparsi nel mondo, pur riproponendo scelte di sostenibilità ambientale, bisognerà andare con piedi di piombo più pesanti e dire meno no a grandi ininiztive infrastrutturali (Tav, Tap, trivellazioni, nucleare, parchi eolici e solari, inceneritori, etc.).

Il rozzo tentativo russo di dividere l’Unione Europea non è riuscito e quindi l’UE per il futuro sarà chiamata, come con il Covid, ad affrontare tale questione in modo unitario.

Se non fosse così si potrebbero determinare non solo pericolosi scenari recessivi, soprattutto per le economia europee più mature ma anche rischiose dipendenze dell’Europa da altre potenze. L’Europa ha valori non contrattabili come il solidarismo,il welfare,le libertà democratiche, la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica che non possono essere annichilite da ideologie di morte e dalle autocrazie, laiche o finto religiose.

Tuttavia, ciò che è successo, la cui fine al momento non è prevedibile, potrebbe essere anche l’occasione per riequilibrare gli scenari mondiali in cui, se la Russia è un nano economico, vi sono paesi che stanno diventando dei giganti, come la Cina e l’India, e che tentano di rivaleggiare una inarrivabile, per il momento, economia statunitense.

L’Europa dovrà rimboccarsi le maniche isolando, per il momento, la Russia di Putin e cominciando a fare politiche unificanti per consolidare sempre di più la sua scelta originaria di forte atlantismo e guardando alle nuove aree del mondo, il mondo arabo, quello indocinese e quello del Pacifico come a nuove opportunità

Ma è altresì vero che le economie europee hanno visto di peggio e chi ha provato ad aggredire le economie mature ne soffrirà anche di più. Comunque, sperando sempre nella pace, buon primo maggio, da ImpresInforma e dalla Federazione Medie e Piccole Imprese nel ricordo di tutti i lavoratori che hanno perso la vita sul loro posto di lavoro auspicando un lavoro salubre, buono, stabile, giusto e trasparente!

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