Sicurezza sul luoghi di lavoro e Covid-19: sussiste la responsabilità amministrativa della società ex art.231/2001

La Suprema Corte, con la sentenza n. 13575/20 depositata il 5 maggio 2020, conferma alcuni principi in tema di responsabilità amministrativa delle società legata alla sicurezza sul lavoro che inducono ad una attenta disamina in merito alle conseguenze che tali principi potranno determinare nel nuovo scenario e nei nuovi rischi sul lavoro legati al Covid-19. Come noto, il decreto Cura Italia ha previsto che il contagio da Coronavirus debba essere qualificato dal datore di lavoro e dall’INAIL come un infortunio sul lavoro, ovviamente se contratto in ambito lavorativo.

Il caso oggetto della pronuncia

A seguito di un grave infortunio sul lavoro, il Tribunale di Venezia condannava l’amministratore unico di una società ai sensi dell’art. 590, comma 3, c.p. e la medesima società ai sensi dell’art. 25/septies del D.Lgs. 231/2001, peraltro comminando alla stessa, oltre alla sanzione pecuniaria, anche una sanzione interdittiva. In particolare, veniva contestato ed addebitato all’amministratore unico, quale datore di lavoro, la violazione dell’art. 29, comma 3, del D.Lgs. 81/2008 (Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro), consistente nel mancato aggiornamento del documento di valutazione dei rischi (DVR), e dell’art. 77, comma 3, del medesimo Testo Unico, consistente nella mancata consegna ai dipendenti dei dispositivi di protezione individuali (DPI).

In particolare, secondo il Tribunale giudicante, l’incidente sul lavoro era stato determinato sia dalla circostanza che non erano stati consegnati DPI idonei al tipo di lavorazione svolta dal dipendente poi infortunatosi sia dalla circostanza che non era stata effettuata una adeguata formazione, anche sotto forma di aggiornamento del DVR, in merito agli specifici rischi del processo produttivo in questione. La condanna della società veniva inoltre motivata, tra l’altro, con l’esistenza di un vantaggio in capo alla stessa (ai sensi dell’art. 5 del D.Lgs. 231/2001), rappresentato dal risparmio delle spese connesse all’acquisto e fornitura degli idonei DPI ed alle attività di formazione del personale anche attraverso l’adeguamento del DVR nonché dal maggior guadagno legato al mancato rallentamento che l’attività produttiva avrebbe altrimenti potuto subire con l’applicazione di condotte più contenitive del rischio in questione.

La doppia condanna veniva confermata dalla Corte d’Appello di Venezia con sentenza che i due imputati impugnavano dinanzi alla Corte di Cassazione.

La sentenza della Corte

Cerchiamo di analizzare il percorso logico-deduttivo intrapreso dalla Corte di Cassazione.

È preliminare definire l’ambito soggettivo di applicazione della norma prevista dall'art. 5 del d. lgs. n. 231 del 2001, che, sotto la rubrica "Responsabilità dell'ente", recita:
«1. L'ente è responsabile per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio:
a) da persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell'ente o di una sua unita' organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale nonché da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso;
b) da persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui alla lettera a).
2. L'ente non risponde se le persone indicate nel comma 1 hanno agito nell'interesse esclusivo proprio o di terzi». 

Premesso cio, è imprescindibile, poi, procedere all’analisi del criterio di imputazione oggettiva e alla nozione giuridicamente rilevante di “interesse o vantaggio” della società.In linea di principio «In tema di responsabilità da reato degli enti, i criteri di imputazione oggettiva, rappresentati dal riferimento contenuto nell'art. 5 dei D.Lgs. 231 del 2001 all "interesse o al vantaggio", sono alternativi e concorrenti tra loro, in quanto il criterio dell'interesse esprime una valutazione teleologica del reato, apprezzabile "ex ante", cioè al momento della commissione del fatto e secondo un metro di giudizio marcatamente soggettivo, mentre quello dei vantaggio ha una connotazione essenzialmente oggettiva, come tale valutabile "ex post", sulla base degli effetti concretamente derivati dalla realizzazione dell'illecito» e «In tema di responsabilità da reato degli enti derivante da reati colposi di evento, i criteri di imputazione oggettiva, rappresentati dal riferimento contenuto nell'art. 5 del D.Lgs. n. 231 del 2001 all' "interesse o al vantaggio", devono essere riferiti alla condotta e non all'evento».

Ricorre quindi il requisito dell “'interesse”qualora l'autore del reato viola consapevolmente la normativa cautelare allo scopo di conseguire un'utilità per l'ente, mentre sussiste il requisito del vantaggio qualora la persona viola sistematicamente le norme prevenzionistiche, consentendo una riduzione dei costi ed un contenimento della spesa con conseguente massimizzazione del profitto (e, con più approfondita analisi e secondo progressive puntualizzazioni, che «[...] il requisito dell' "interesse" dell'ente ricorre quando la persona fisica, pur non volendo il verificarsi dell'evento morte o lesioni del lavoratore, agisce consapevolmente allo scopo di far conseguire un'utilità alla persona giuridica; ciò accade, per esempio, quando la mancata adozione delle cautele antinfortunistiche risulti essere l'esito, non di una semplice sottovalutazione dei rischi o di una cattiva considerazione delle misure di prevenzione necessarie, ma di una scelta finalisticamente orientata a risparmiare sui costi d'impresa: pur non volendo (quale opzione dolosa) il verificarsi dell'infortunio in danno del lavoratore, l'autore del reato viola consapevolmente la normativa cautelare allo scopo di soddisfare un interesse dell'ente (ad esempio, far ottenere alla società un risparmio sui costi in materia di prevenzione). Ricorre, invece, il requisito del "vantaggio" per l'ente quando la persona fisica, agendo per conto dell'ente, anche in questo caso, ovviamente, non volendo il verificarsi dell'evento morte o lesioni del lavoratore, viola sistematicamente le norme prevenzionali e, dunque, realizza una politica d'impresa disattenta alla materia della sicurezza sul lavoro, consentendo una riduzione dei costi ed un contenimento della spesa con conseguente massimizzazione del profitto.

La Suprema Corte ha confermato la sentenza di condanna a carico della società, annullando invece la condanna dell’amministratore unico della stessa per intervenuta prescrizione. L’art. 8, comma 1, lett. b, del D.Lgs. 231/2001 (che prevede la punibilità dell’ente anche in caso di estinzione del reato per prescrizione dell’autore del reato presupposto) ha quindi imposto alla Corte di valutare ugualmente, seppur in forma incidentale ed ai fini soli della responsabilità della società, il fatto già contestato al predetto amministratore.

Nel confermare tale condanna, la Corte conferma quindi alcuni rilevanti principi che continuano a rendere la sicurezza sul lavoro tra i reati presupposto da attenzionare maggiormente da parte degli enti societari tramite idonei modelli di organizzazione e gestione e un corretto operato del relativo Organismo di Vigilanza.

In primo luogo, connesso anche alla natura colposa del reato di lesioni derivanti da violazione di norme in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro, la Cassazione ribadisce come il requisito dell’interesse o vantaggio richiesto dal D.Lgs. 231/2001 possa consistere anche in una forma di risparmio di costi e/o maggiore produttività; ciò posto e considerato che la gran parte delle condotte imposte dal Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro determinano, direttamente o indirettamente, un inevitabile costo così come un fisiologico rallentamento del processo produttivo, la presenza del predetto requisito dell’interesse o vantaggio dell’ente rischia di fatto di essere costantemente rintracciato in tali fattispecie.

In secondo luogo, la Suprema Corte, condividendo la motivazione della sentenza impugnata, conferma l’esistenza del nesso causale tra le menzionate violazioni del Testo Unico da parte del datore di lavoro e l’occorso infortunio del dipendente. In particolare, prosegue ad essere utilizzato un percorso logico di natura quasi presuntiva, secondo il quale:

(a) con riferimento alla mancata consegna di idonei DPI, se il DVR della società ciò prevedeva evidentemente tali dispositivi erano considerati quelli più corretti per la particolare lavorazione in questione, così che la loro messa a disposizione avrebbe contribuito in modo rilevante ad evitare l’incidente;

(b) con riferimento alla mancata formazione ed adeguamento del DVR in merito ad alcune specifiche fasi del processo produttivo, ciò avrebbe messo il dipendente nella oggettiva non conoscenza del rischio e delle idonee condotte contenitive dello stesso, ed anche ciò quindi avrebbe contribuito all’evento accaduto. A nulla sono invece valsi i tentativi della società imputata volti a dimostrare che, anche in presenza delle condotte omissive contestate al datore di lavoro, l’incidente sarebbe potuto accadere ugualmente.

 

Massima della Corte di Cassazione 

Dalla disamina del caso di specie in caso di un lavoratore risultato positivo al Covid-19 , ai fini di determinare eventuali responsabilità del datore di lavoro (ai sensi del Testo Unico) e della società ai sensi del D.Lgs. 231/2001, si renderà necessario dimostrare l’esistenza del nesso causale, ovvero quello tra contesto lavorativo e contagio. Solo in presenza di tale nesso, l’evento potrà effettivamente essere qualificato quale infortunio (o, secondo alcuni, malattia) sul lavoro.

Tale primo nesso eziologico non appare ovviamente di facile prova e si può prevedere anche un ampio utilizzo di eventi o indicatori sostanzialmente presuntivi.

Laddove dovesse essere effettivamente dimostrato tale rapporto causale, la responsabilità del datore di lavoro e della società andrebbero dipenderebbero proprio dai principi oggetto della sentenza sopra menzionata, con i segnalati rischi di una costante o agevole ritenuta sussistenza:

(a) sia del nesso di causalità tra una eventuale non corretta applicazione delle norme in materia di sicurezza sul lavoro (per es. per l’omessa o incompleta applicazione del protocollo stipulato dal Governo con le parti sociali del 14 marzo 2020 così come aggiornato il successivo 24 aprile), con conseguente rischio di responsabilità penale del Datore di Lavoro per il provocato contagio,

(b) sia dell’interesse e vantaggio della società (per es. per minori costi a seguito della incompleta applicazione del predetto protocollo e/o per maggiori ricavi derivanti da una riapertura o svolgimento delle attività in assenza delle condizioni minime di sicurezza), con conseguente possibile responsabilità anche della società ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001.

A cura dell’ Avv. Marco Romano- Studio legale Fontanarosa & Associati