LA RESPONSABILITA’ PENALE DEL DATORE DI LAVORO PER CONTAGIO COVID-19

Il “Decreto Cura Italia” considera il contagio da coronavirus in ambito di lavoro come un infortunio da lavoro e, in quanto tale, rientrante nella copertura assicurativa Inail. Il datore di lavoro, pertanto, è potenzialmente esposto alla responsabilità penale per i reati di lesioni ai sensi dell’art. 590 c.p. e omicidio colposo ai sensi dell’art. 589 c.p., aggravati dalla violazione delle norme antinfortunistiche, laddove non abbia adottato le misure necessarie a prevenire il rischio di contagio, cagionando così la malattia o morte del lavoratore.

L’INAIL con la circolare n. 13 del 13 aprile 2020 ha disposto che per le conseguenze dell’epidemia da COVID-19 c’è la possibilità che la patologia possa essere riconosciuta come infortunio da lavoro e che, quindi, rientri nella tutela INAIL.

In pratica, ha specificato che un evento viene equiparato ad infortunio quando sono contemporaneamente presenti la causa violenta, la lesione e l’occasione di lavoro.

L’INAIL con il decreto Cura Italia, ha fornito le linee guida per i datori di lavoro che, comunque, devono continuare ad assolvere all’obbligo di effettuare la denuncia/comunicazione d’infortunio, prestando, però, particolare attenzione alla documentazione da allegare che dimostri che il virus sia stato effettivamente contratto.

Il Governo con l’art. 42 del DL n. 18/2020 si era già espresso prevedendo che i casi di COVID-19 riconosciuti non incidono sul tasso applicato ai singoli datori di lavoro, ma sulla generalità degli stessi, secondo il principio di solidarietà e mutualità già applicato per gli eventi in itinere.

D’altro canto l’INAIL riconosce già da anni le “malattie infortunio” ovvero quegli eventi che si verificano a causa della esposizione professionale a fattori virali.

Laddove si possa accertare che l’inosservanza delle misure antinfortunistiche sia stata causa di infezione-malattia del lavoratore, il datore di lavoro risponderà dei reati di lesioni personali gravi o gravissime ai sensi dell’art. 590 c.p. (salvo ipotesi di malattia lieve, guaribile in meno di 40 giorni, nel qual caso scatterebbe anche la procedibilità a querela), oppure di omicidio colposo ai sensi dell’art. 589 c.p. qualora al contagio sia seguita la morte.

L’imprenditore nonché datore di lavoro, infatti, è titolare di una posizione di garanzia che discende in primo luogo dall’art. 2087 c.c. e gli impone di tutelare l'integrità fisica dei prestatori di lavoro.

L’Istituto precisa che questa emergenza epidemiologica è da ascriversi nell’ambito del rischio biologico inteso nel senso più ampio del termine, indipendentemente dalla specificità del “rischio lavorativo proprio” di ciascuna attività.

Come prevede la normativa vigente, il datore di lavoro ha l’obbligo di effettuare una “valutazione del rischio ed elaborare il DVR (Documento Valutazione Rischi) e, se del caso, integrarlo con quanto previsto dal D.Lgs. 81/2008”.

Ed invero, proprio ispirandosi ai principi contenuti nel D.Lgs. 81/2008 ed a quanto previsto e stabilito dall’art. 2087 c.c., l’INL ritiene utile redigere, unitamente al medico competente e al responsabile della sicurezza, un piano di intervento o una procedura per un approccio graduale dell’individuazione e nell’attuazione delle misure di prevenzione, basati sul contesto aziendale, sul profilo del lavoratore, assicurando al personale anche adeguati dispositivi di protezione individuale.

Invero, ancor di più in questo momento, il datore di lavoro dovrà formalizzare l’azione di prevenzione e sicurezza con atti che diano conto dell’attenzione posta al problema in termini di misure tecniche, organizzative e procedurali e dei dispositivi di protezione che, nel proprio posto di lavoro, sono ritenuti necessari, anche tenendo in considerazione la normativa emanata dal Governo, dalle Regioni e dagli Enti locali.

A questa norma generale si affiancano, nello specifico, le disposizioni previste dal D.Lgs. n. 81/2008 (T.U. Salute e Sicurezza sul lavoro) e, in particolare, dall’art. 18 che prevede alcuni obblighi specifici a carico del datore del lavoro tra cui ad esempio:

- fornire ai lavoratori i necessari e idonei dispositivi di protezione individuale;

- informare il più presto i lavoratori esposti al rischio di un pericolo grave e immediato circa il rischio stesso e le disposizioni prese o da prendere in materia di protezione;

- astenersi dal richiedere ai lavoratori di riprendere la loro attività in una situazione di lavoro in cui persiste un pericolo grave e immediato.

All’applicazione dell’art . 18 del D.Lgs. n. 81/2008 vi è  l’articolo 271 del medesimo Testo Unico, che impone l’obbligo al datore di lavoro di valutare anche il rischio biologico.

Si precisa che la mancata attuazione degli obblighi previsti dai suddetti articoli, integrerebbero già reati puntiti  in forma di arresto o ammenda, a prescindere dal verificarsi dell’evento.

Vi è anche da tener presente il contenuto della recente normativa emergenziale, di cui è esempio l’articolo 2, comma 6, del DPCM 26 aprile 2020, che impone alle imprese le cui attività non sono sospese di rispettare “i contenuti del protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus covid-19 negli ambienti di lavoro sottoscritto il 24 aprile 2020 fra il Governo e le parti sociali”. Vale a dire rispettare, tra le altre, le regole sulle informazioni da fornire ai dipendenti, sulle modalità e gestione degli ingressi e uscite dall’azienda, sull’accesso dei fornitori esterni, pulizia e sanificazione, sulle precauzioni igieniche personali e dispositivi di protezione individuale, sulla gestione degli spazi comuni e organizzazione aziendale, nonché sulla gestione di una persona sintomatica e sulla sorveglianza sanitaria.

Di conseguenza le imprese la cui attività è stata inibita o sospesa dai decreti emergenziali e che ciò nonostante continuassero a lavorare in spregio alle misure di contenimento del virus, potrebbero oggettivamente considerarsi in contrasto con le norme cautelari, a prescindere dalle precauzioni adottate al loro interno.

In definitiva, se il datore di lavoro investito degli obblighi sopracitati non si attiva per impedire il contagio da coronavirus, allora si profila per lui una condotta omissiva penalmente rilevante ai sensi dell’art. 40 comma 2 c.p. qualora sia possibile ravvisare un nesso di causalità tra la sua inerzia e l’evento-contagio.

Il problema della dimostrazione dell’infezione “in occasione di lavoro” .

Punto controverso e dibattutto è il requisito che l’infezione da cornavirus sia avvenuto in” occasione di lavoro”.

Si direbbe piuttosto una probatio diabolica, dimostrare che l’infezione si sia contratta in occasione di lavoro e non in altre sedi.

Sul punto anche l’Inail ha fatto sapere nella propria circolare n. 13/2020 che la copertura assicurativa è riconosciuta al lavoratore a condizione che la malattia sia stata contratta durante l’attività lavorativa e che l’onere della prova è a carico dell’assicurato. Fanno eccezione alcune categorie professionali ad elevato rischio, come ad esempio gli operatori sanitari, gli operatori dei front-office, i cassieri e gli addetti alle vendite/banconisti per i quali Inail ha introdotto una presunzione semplice di contagio d’origine professionale, con conseguente inversione dell’onere della prova a carico dei datori di lavoro.

Come noto le presunzioni, potranno assumere rilievo come indizi e potranno essere adoperate ai fini di prova del nesso di causalità solo se gravi, precise e concordanti, secondo una logica di giudizio controfattuale che consenta di escludere con sufficiente certezza l’esistenza di altre cause di contagio, in ossequio alla necessità di dimostrare la colpevolezza dell’imputato “al di là di ogni ragionevole dubbio” (art. 533 c.p.p.).

Ai fini della valutazione del nesso causale sul contagio da Covid-19 occorre inoltre considerare che il sito del Ministero della Salute riporta che “il periodo di tempo che intercorre fra il contagio e lo sviluppo dei sintomi clinici varia fra 2 e 11 giorni, fino ad un massimo di 14 giorni”, senza contare che in alcuni soggetti i sintomi potrebbero addirittura non presentarsi del tutto.

In un arco di tempo così variabile è probabile che possano interferire altri fattori estranei alla dimensione del lavoro.

Tali perplessità non devono non devono tuttavia lasciar spazio a comportamenti spregiudicati dei datori lavoro in quanto tanto più trascureranno gli obblighi e le regole precauzionali, tanto più aumenterà la probabilità di ravvisare un nesso causale tra il loro comportamento negligente e il contagio del lavoratore

Bisogna considerare che , nei casi di gravi violazioni delle regole cautelari, si potrebbe passare da una responsabilità omissiva colposa ad un’ipotesi dolosa nella forma del dolo eventuale. 

A cura dell’ Avv. Marco Romano- Studio legale Fontanarosa & Associati